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ASVERI GIANFRANCO

“Io dipingo quello che vedo aprendo la finestra di casa mia.”

Gianfranco Asveri dipinge ciò che lo circonda da una vita, eppure continua a trovarvi mondi interi e sempre nuovi.
Ai Gasperini, sulle colline piacentine, la campagna entra dalle finestre insieme agli alberi, alle case, ai cortili e agli animali che vivono con lui. Entrano nei quadri senza perdere la loro natura concreta. Un cane rimane un cane, un gallo conserva tutta la propria sfrontata presenza, un prato è sempre e ancora, discretamente o meno, un prato. Intanto il colore trasferisce tutti altrove, in una dimensione governata dalla memoria, dall’affetto e da un’immaginazione rimasta sorprendentemente libera.

Asveri nasce a Fiorenzuola d’Arda nel 1948. Figlio minore di una famiglia numerosa, dopo un’infanzia difficile si diploma in discipline tecnico-scientifiche, ma non compie nessuno studio artistico. Sul finire degli anni ‘60 inizia a dipingere, riconoscendo nell’arte una necessità profonda, quella che lui stesso definisce una ragione di vita.
I primi lavori seguono un linguaggio figurativo tradizionale, tra paesaggi e nature morte. Negli anni Ottanta la sua pittura prende una direzione più personale, alla ricerca della propria forma espressiva e del proprio “mondo spirituale” e in questo passaggio si forma il linguaggio che oggi riconosciamo immediatamente: figure sintetiche, bizzarre, scomposte, anatomie improbabili, segni graffiati, cieli accesi, superfici attraversate da improvvise apparizioni.
La vicinanza all’Art Brut, al naïf e all’espressionismo aiuta a collocare alcuni aspetti del suo lavoro, senza esaurirli del tutto. Asveri conosce bene la distanza tra spontaneità e inconsapevolezza. La sua libertà pittorica non coincide con un gesto casuale. Dentro le sue opere agiscono decenni di esperienza, una sensibilità precisa e una composizione tenuta saldamente insieme anche nei momenti di maggiore impeto.
Lo racconta lui stesso parlando della fase creativa, quando si lascia trasportare dal flusso, poi prova a “domare il cavallo imbizzarrito” finché colore, spazio, volumi e segno trovano un equilibrio. La razionalità rimane sottotraccia, presente quanto basta per impedire all’energia di disperdersi.

La familiarità, nel suo lavoro, sembra produrre meraviglia. Lo stesso paesaggio si rinnova attraverso il colore, lo stato d’animo, il ricordo di una giornata. Un cane può occupare l’intera superficie e guardarci con occhi enormi e la gravità di un ritratto. Un gallo diventa una presenza monumentale. Il cielo si accende di rosso, le proporzioni si ribellano, la prospettiva perde autorevolezza. Tutto rimane perfettamente credibile dentro regole stabilite esclusivamente dall’opera stessa.

Anche l’infanzia ha profondamente a che fare con il suo lavoro. Ad Asveri interessa catturare il momento in cui il disegno possiede ancora una sincerità assoluta: le forme seguono ciò che il bambino sente, i colori possono allontanarsi dalla realtà, un errore diventa immediatamente una possibilità. Questa vicinanza al mondo infantile ha poco a che vedere con la nostalgia. Riguarda piuttosto una facoltà dello sguardo: accettare che, in pittura, due più due possa fare cinque, oppure diciotto. Il quadro costruisce da sé la propria logica e l’artista deve avere abbastanza coraggio per seguirla.

Il passato è sempre a sua disposizione, anche quando sembra perduto. Un gesto, un animale, una voce, una festa di paese possono restare a lungo in silenzio e riaffiorare anni dopo nella pittura.
Un piccolo disegno della madre occupa un posto speciale nella storia di Asveri.
Le aveva chiesto di realizzarlo molti anni prima, quasi per gioco. Lei aveva tracciato poche linee su un foglio. Lui lo conserva e lo ritrova trentacinque anni più tardi, in mezzo al disordine dello studio. In quel segno essenziale riconosce una libertà commovente. Il foglio entrerà poi nella serie Memorie. Il tesoro nascosto, incorporato nelle opere come una presenza riemersa dal tempo.

Gli animali restano il cuore più affettuoso della sua produzione.
Asveri vive con loro, li raccoglie, li cura, li dipinge e dedica loro disegni e poesie. La consuetudine quotidiana li sottrae a ogni funzione decorativa. Possiedono carattere, dignità e una sorprendente intensità emotiva. Alcuni sembrano guardarci con indulgenza. Altri occupano la scena con una sicurezza che rende improvvisamente marginale la presenza umana.

Anche i titoli partecipano al gioco: Abracadabra, Ucci, ucci, Occhio allo scarabocchio, Animali senza fattoria, Favole da cortile, Due più due fa cinque: sono tornato bambino. Aggiungono alle opere una voce, un suono, una piccola deviazione. L’immagine rimane aperta e chi guarda conserva il diritto di entrarvi a modo proprio.

Il mondo di Asveri sembra piccolo soltanto da lontano.
Appena ci si entra, diventa sterminato.

Il percorso espositivo di Asveri attraversa ormai più di cinquant’anni. Le sue opere sono state presentate in Italia e all’estero, tra Francia, Belgio, Regno Unito, Svizzera, Paesi Bassi e Asia.
Già all’inizio degli anni Novanta esponeva alla Boycott Gallery di Bruxelles, alla Zebra One Gallery di Londra, alla Galerie 31 di Lille e alla Galerie De Francony di Parigi.
Nel tempo hanno scritto della sua opera, tra gli altri, Luciano Caprile, Elena Pontiggia, Flaminio Gualdoni, Luca Beatrice, Paolo Manazza, Elisabetta Longari e Giovanni Seveso.

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