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GRIGOLETTO IGOR

“Mi sento definito pienamente nell’essenzialità di un’arte senza orpelli.

Nelle opere di Igor Grigoletto la materia diventa lo spazio attraverso cui un pensiero prende forma. Il suo percorso artistico nasce dalla ricerca costante di un mezzo capace di tradurre una visione personale sempre più essenziale, fino a raggiungere una dimensione in cui la forma tende a ridursi, lasciando emergere ciò che per l’artista costituisce il nucleo dell’immagine: la linea, il segno, la traccia. Le sue opere non sembrano infatti voler raccontare qualcosa attraverso una rappresentazione riconoscibile, quanto piuttosto suggerire una narrazione aperta, nella quale ogni elemento può essere interpretato e ricomposto liberamente dallo spettatore.

Nato a Sanremo il 25 luglio 1972, Grigoletto si diploma all’Istituto d’Arte di Imperia per poi proseguire la propria formazione all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, nella sezione di pittura. Fin dagli esordi dedica la propria ricerca alla possibilità di individuare il linguaggio più adatto attraverso cui trasmettere il proprio ideale e la propria visione. È un percorso che procede per sottrazione: nel corso degli anni le forme diventano progressivamente più semplici, equilibrate e minimali, mentre l’artista concentra sempre maggiormente la propria attenzione sugli elementi primari della composizione.

La sperimentazione dei supporti diventa così parte integrante della sua ricerca. Sacchi di juta, vetro, fiscoli — le tradizionali “sportine” — specchi e reti metalliche vengono utilizzati come superfici differenti sulle quali verificare le possibilità del proprio linguaggio. Ogni materiale introduce una diversa relazione con la luce, con lo spazio e con il segno, obbligando l’artista a modificare il proprio gesto e a ripensare continuamente il rapporto tra superficie e immagine. La varietà dei supporti non genera però una ricerca dispersiva: al contrario, permette a Grigoletto di individuare, attraverso la sperimentazione, una sintesi sempre più precisa.

È proprio la linea a costituire il filo conduttore di questo percorso. Prima di ogni opera vi è uno studio continuo del segno, osservato nelle sue molteplici possibilità: linea come traccia, come confine, come movimento, ma anche come elemento capace di suggerire ciò che non è immediatamente visibile. Le sue composizioni sembrano spesso nascere dall’incrocio di segni che costruiscono una presenza senza descriverla completamente. Sono “lettere” che emergono dalle superfici, frammenti di un alfabeto personale che non appartiene a un codice preciso e che proprio per questo mantiene intatta la propria libertà interpretativa.

Il segno diventa così una sorta di scrittura visiva. Non comunica attraverso parole, ma attraverso rapporti, intersezioni, vuoti e sovrapposizioni. Le tracce sembrano custodire qualcosa che non viene mai completamente rivelato: una presenza suggerita più che dichiarata, un’immagine che si forma nella mente dell’osservatore prima ancora di essere riconosciuta sulla superficie. In questo senso, la ricerca di Grigoletto si sviluppa in una zona di confine tra pittura e linguaggio, dove il gesto artistico assume il valore di una comunicazione non verbale.

Tra i diversi materiali sperimentati, il vetro diventa progressivamente il supporto prediletto e quello maggiormente utilizzato. La sua natura trasparente e riflettente offre all’artista una superficie particolare, capace di mettere in discussione la tradizionale concezione dell’opera come spazio chiuso e delimitato. Sul vetro il segno non sembra semplicemente depositarsi, ma entra in relazione con ciò che sta oltre la superficie. Lo spazio circostante, la luce e la presenza dello spettatore possono diventare parte dell’esperienza dell’opera, modificandone continuamente la percezione.

Il vetro rappresenta quindi per Grigoletto una materia dalle possibilità molteplici, uno spazio nel quale imprimere il proprio linguaggio poetico senza doverlo ricondurre a una forma prestabilita. La trasparenza permette al segno di vivere contemporaneamente sulla superficie e nello spazio, mentre i riflessi introducono una dimensione mutevole che impedisce all’immagine di essere percepita sempre nello stesso modo. L’opera non è più soltanto qualcosa che si guarda, ma qualcosa attraverso cui guardare.

Questa particolare attenzione al vuoto è uno degli aspetti che caratterizzano maggiormente il suo lavoro. La superficie non viene riempita, ma lasciata respirare. Il vuoto acquista un valore tanto importante quanto quello del segno e diventa parte attiva della composizione. Le forme sembrano così mantenere una tensione costante tra ciò che è presente e ciò che manca, tra la traccia visibile e quella soltanto suggerita. La progressiva semplificazione del linguaggio non coincide dunque con una riduzione delle possibilità espressive, ma con la ricerca di una maggiore concentrazione.

Le opere di Grigoletto possono essere osservate come vere e proprie narrazioni non verbali, racconti privi di un inizio e di una conclusione definiti. Non esiste un codice precostituito al quale lo spettatore debba necessariamente fare riferimento: ogni segno rimane aperto, disponibile a una lettura personale. L’artista costruisce una grammatica fatta di linee, incroci, trasparenze e vuoti, lasciando che sia chi guarda a stabilire connessioni e significati.

In questa libertà risiede anche la natura più profondamente poetica della sua ricerca. Grigoletto non sembra cercare una risposta univoca, ma uno spazio di possibilità. La sua opera non impone un’immagine definitiva, bensì invita lo sguardo a soffermarsi sulle relazioni tra gli elementi e sulle tracce che attraversano la superficie. Il risultato è un linguaggio essenziale ma non povero, minimale ma capace di generare una molteplicità di interpretazioni.

Il percorso di Igor Grigoletto si sviluppa dunque intorno a una continua ricerca di equilibrio: tra materia e spazio, tra presenza e assenza, tra gesto e silenzio, tra ciò che viene mostrato e ciò che rimane invisibile. Attraverso la sperimentazione di supporti differenti e una progressiva riduzione della forma, l’artista ha costruito un linguaggio personale nel quale la linea diventa il principale strumento di conoscenza e il vetro il luogo privilegiato dell’espressione. Le sue opere si offrono così allo spettatore come frammenti di una scrittura ancora da decifrare, immagini aperte che non cercano di concludere il racconto, ma di lasciarlo continuare oltre la superficie dell’opera.

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